Le nostre anime di notte

di Kent Haruf, NNE, pagine 166, Euro 17,00

Kent Haruf

Nonostante in casa siano presenti praticamente tutti i libri di Kent Haruf (tradotti in Italia), questo romanzo (postumo) è il mio primo incontro con questo autore americano, che ha conquistato milioni di lettori in tutto il mondo. La quarta di copertina afferma: “Questo libro è per chi è stato a Holt e non vede l’ora di tornarci, ma soprattutto per chi, a Holt, non ci è ancora mai stato“, e tanto è bastato a convincermi che fosse arrivato il momento di conoscere Holt e i suoi abitanti.

In questa cittadina (immaginaria) del Colorado, infatti, Haruf ha ambientato la Trilogia della Pianura (Canto della pianura – Crepuscolo – Benedizione), nonché Vincoli: alle origini di Holt, romanzi con cui l’autore ha raggiunto (a 56 anni) la fama, pur avendo già pubblicato altri racconti che non hanno riscosso molto successo, ma che gli hanno permesso di migliorare la propria posizione accademica. Una vita “regolare”, normale, comune, che potrebbe vivere chiunque, con alti e bassi, difficoltà economiche, soddisfazioni, vecchi e nuovi amori. Un tale uomo è stato capace di raccontare con disarmante semplicità la realtà umana per quello che è, ossia non un agglomerato di eventi sensazionali che donano forti emozioni, ma un placido susseguirsi di piccoli, normali e a volte addirittura insignificanti episodi, che creano la storia di ciascuno.

Questo è il messaggio che si è impresso nel mio cuore ancor prima che nella mia mente conoscendo Addie Moore, una bella settantenne rimasta vedova e che non sopporta la solitudine, tanto da decidersi a fare una proposta “indecente” al proprio vicino di casa ed ex insegnante del figlio: Louis Waters. La richiesta consiste nel trascorrere la notte insieme: “Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare.“. Ma cosa avrebbero pensato gli altri vicini di casa e in generale gli abitanti di una piccola comunità? Fin da quando ero piccola mi è stato insegnato “Il paese è piccolo e la gente mormora“. Ed è proprio con questo mormorio che i due protagonisti dovranno fare i conti.

Nonostante ciò, si susseguono le notti in cui due anime sole iniziano a conoscersi, a “confessarsi” e a dare così un nuovo valore alla propria esistenza, trovando infine la forza di affrontare, anzi, sfidare il bigottismo popolare e la facilità con cui si giudicano gli altri, senza pensare a come lavare i propri “panni sporchi”. Un nuovo impulso a questo germoglio di relazione è la presenza di Jamie, il nipote di Addie, a cui è stato affidato temporaneamente dopo una importante crisi coniugale dei genitori del piccolo.

Quando Gene (il figlio di Addie) scopre questa inconsueta amicizia, forse perché ritiene infangata la memoria di un padre che ormai non c’è più e che in ogni caso anche da vivo aveva percepito come assente, pone la madre di fronte ad un bivio: Louis o Jamie. Le avrebbe impedito di vedere il nipote fino a quando non avesse troncato la sua storia… la costringe di fatto a regredire ad uno stadio di vedova, madre e nonna, rendendo opaca se non addirittura annullata la donna che è in lei. Sarà la fine? Forse… oppure sarà un nuovo inizio…

Una nota particolare in questo racconto dai toni pacati, educati, che invita il lettore ad entrare nella vita dei protagonisti in punta di piedi, la merita l’anziana Ruth, la quale si esprime poco, ma dalle cui parole traspare la saggezza di chi ha sofferto a causa della grettezza umana: “Certe volte odio questo posto, disse. Certe volte vorrei essermene andata quando ancora potevo farlo. Delle nullità, con la loro meschina mentalità di provincia, disse“. Mia nonna, nella sua semplicità, mi ha recentemente rammentato una profonda verità: “Il pettegolezzo non è una cosa buona“. Aveva proprio ragione: corrode l’animo di chi lo diffonde e può rovinare l’esistenza di chi ne è oggetto.

La Montagna dell’Anima 灵山

di Gao Xingjian 高行健, BUR Edizioni, p. 640, Euro 8,50

Illustrazione di copertina: Il volo della notte di Gao Xingjian

La passione per l’Oriente mi coinvolge sempre, comunque e ovunque. Non è un caso, quindi, che un libraio di mia conoscenza mi abbia consigliato la lettura di questo “mattoncino” di 640 pagine, che mi ha fatto compagnia per quasi due settimane al mare… Premetto che non è stata una lettura facile, sebbene scorrevole dopo i primi capitoli: ci vuole uno sforzo iniziale per entrare nella logica narrativa di questo Premio Nobel per la letteratura (2000) che ha subito la “rieducazione” nella Cina post “Rivoluzione Culturale”. Soltanto una volta trasferitosi in Francia, dopo la messa al bando delle sue opere e sette anni di lavoro, ha potuto dare libero sfogo alle immagini, ai sentimenti e ai vuoti che la sua Patria gli ha impresso nel cuore.

Un lungo viaggio tra le montagne, le foreste, le riserve naturali, i villaggi della Cina del sud-ovest, narrato, a capitoli alterni, in prima e seconda persona, da due personaggi che sono semplicemente un tu e un io. Tu va in cerca di Lingshan – la Montagna dell’Anima – dopo aver sentito da un altro viaggiatore delle sue meraviglie; io è uno scrittore perseguitato dal regime e allontanato da Pechino che, dopo l’errata diagnosi di un cancro al polmone, ha radicalmente cambiato la propria visione del mondo e va “alla ricerca della verità” IL viaggio è l’occasione per un bilancio esistenziale, ma è anche e soprattutto un vorticoso e inesauribile intrecciarsi di storie e spunti narrativi raccolti in ogni villaggio visitato, che si rivela alla fine un percorso alla scoperta di sé e di quella “montagna dell’anima” che esiste dentro ogni uomo che sappia arrivarvi.”

Lo scrittore conduce il lettore in questo viaggio dualistico, spirituale e fisico, inizialmente caotico, dispersivo, lasciandolo avvolto nella nebbia tra i boschi sulle montagne di un posto sperduto. Mi ritrovo a pensare: l’io, l’individuo, viene annullato da qualcosa che scende dall’alto e non esiste altro; per quanto si possa urlare, correre o tastare per cercare una strada che porti l’io al sicuro, non c’è altro da fare che sedersi, pensare e attendere che la nebbia passi. Continui i riferimenti ad acque oscure (fiumi, laghi, mari o masse informi) in armonia con il valore simbolico universale di morte e rinascita, inseriti in contesti onirici e di memoria di un passato collettivo più che personale.

“Tu, lei, lui, loro, per quanto immagini illusorie, siete molto più grandi di “noi”. Se dico “noi” sono confuso, non so quanto “me” sia contenuto in quel “noi”, quanto ci sia di “lui”, proiezione di “te” e di “me”, né quanto ci sia di “lei”, fantasma partorito da “te” e “me”, o quanto di “essi” ed “esse”, semplicemente moltiplicazione di lui e lei. Non c’è niente di più falso di “noi”. […] Perciò lo evito, questo “noi” ipocrita che continua a ingigantirsi. E se un giorno dovessi usarlo vorrà dire che sarò diventato un odioso ipocrita, un vigliacco“.

Gao Xingjian enfatizza l’uso dei pronomi multipli non solo per esplorare le diverse facce delle soggettività del narratore, ma anche per mascherare la condizione nella quale si trovano i suoi narratori, decentrati dal contesto, continuamente segnati da una varietà di premesse riguardanti il genere e la classe sociale. Il viaggio porta quindi il protagonista ad interagire coi propri sé e con gli altri personaggi che non sono altro che proiezioni o riflessi degli stessi sé: è un viaggio alla ricerca dell’anima, fatto di
incontri immaginari e dialoghi tra i sé del protagonista.

Starving Anonymous

Storia: Yuu Kuraishi – Disegni: Kazu Inabe – Original Concept: Kengo Mizutani, Edizioni Star Comics, #1 di #7, b/n, sovraccoperta, Euro 5,90

Starving Anonymous, #1

Anonimo affamato. Certo, in italiano forse non rende così bene, ma dà assolutamente l’idea del tema trattato in questo manga. Guardando la copertina mi ero creata l’idea che si trattasse di un manga a tema vampiresco, in cui il sangue venisse assunto attraverso qualche macchinario. E invece…

La storia inizia con un liceale (Ie) che mangia saporiti bocconcini di carne intinti in una altrettanto saporita salsa, quando un suo amico (Kazu) gli chiede: “Ma tu… sai che carne c’è dentro?“. I due vengono di fatto invitati a lasciare il locale per non influenzare gli altri clienti con le loro illazioni e ritrovarsi così in un caldo estivo, ma è solo marzo! La spiegazione è quasi ovvia: il surriscaldamento globale ha cancellato qualunque equilibrio climatico … ma ora non c’è tempo di indugiare, i due devono far ritorno a casa con l’autobus, che viene preso di mira da alcuni uomini che sembrano indossare tute protettive (tipo “anti-radiazione”. Ie fa appena in tempo a vederli che perde i sensi a causa di qualche sostanza immessa nell’aria e ritrovarsi in un deposito, dove osserva una quantità innumerabile di corpi umani nudi e grassi. Sconvolto, tenta di scappare, ma viene ferito e costretto ad entrare con tutti gli altri in una zona dove ricevere nutrimento attraverso un tubo calato dall’alto da cui scoprirà sgorgare un liquido dolciastro, che crea dipendenza e fa perdere qualunque contatto con la realtà.

Ie viene fermato in tempo da due strani soggetti, Yamabiki e Natsune, scontrosi, violenti e determinati, tanto da riuscire a mettere fuori gioco due guardie e darsi alla fuga. Ie riesce a convincerli della necessità di portarlo con loro e con l’inganno riesce a farsi seguire anche da Kazu, perché lui è leale e non può abbandonare un amico, anche se non sembra essere più lo stesso. Più che una fuga, inizia un’esplorazione dell’edificio, circostanza che lascia supporre che Yamabiki e Natsune sappiano molto di più di quanto lascino intendere su questo impressionante “allevamento umano“.

I protagonisti di questa assurda avventura non fanno in tempo a riprendersi dal pericolo a cui sono scampati, che si ritrovano di fronte ad alcune guardie che li conducono a fare la scoperta di un altro settore: quello riproduttivo. Tra gli individui catturati ne vengono infatti selezionati alcuni per indurli (attraverso la somministrazione di estrogeni, afrodisiaci e potenti eccitanti) ad avere rapporti sessuali e generare dei bambini, che poi saranno usati in qualche modo non meglio specificato.

L’atmosfera scanzonata delle prime tavole lascia il posto alla tensione che può suscitare solo un horror a sfondo fantascientifico con elementi verosimili che appartengono al nostro tempo. Quello che inquieta, infatti, è che se non esattamente quello che viene qui rappresentato, qualcosa di simile potrebbe davvero succedere. Non sorprende, quindi, che il manga sia inserito nella categoria seinen. Per sette albi gli autori saranno in grado di catturare la vostra attenzione anche attraverso un sapiente uso del nero, che cala sulle tavole come un velo di mistero e morte.

GIGANT

di Hiroya Oku, Planet Manga, b/n, #1, brossurato, Euro 4,90

Gigant #1

Fortemente in ritardo con la lettura di questo manga, uscito a novembre 2019, mi aspettavo qualcosa di diverso, probabilmente perché influenzata dalla lettura di Inuyashiki (ammetto di non aver ancora letto il manga cult dell’autore, Gantz, sebbene presente nella mia libreria). Eppure la mano è riconoscibile.

Rei Yokoyamada è un liceale con un grande sogno: diventare regista, seguendo le orme del padre che lavora presso la Toho, passione che condivide con un suo amico e compagno di scuola, insieme al quale vuole realizzare un progetto cinematografico per partecipare ad una manifestazione ed iniziare a farsi notare nel mondo dello spettacolo. Decidono di coinvolgere la ragazza più carina della scuola, Shinozaki, che ammette di aver notato quanto sia carino Rei, nonostante sia fidanzata … e sarà proprio a causa di questo fidanzato che salterà tutto, nonostante scenografia e attrezzatura siano pronte all’uso.

Ciò che invece Rei non condivide con anima viva è la passione per il cinema hot ed in particolare la sua venerazione per l’attrice PaPiCo, che ha seguito fin dagli albori della sua carriera. Tuttavia, si sa, il mondo è piccolo e a volte gli dei avverano i nostri desideri: deve aver pensato qualcosa di simile Rei quando si trova avvolto dalle braccia dell’attrice, all’anagrafe Chiho, quale manifestazione di gratitudine per aver staccato dai muri della città dei volantini offensivi a lei diretti. Nasce un’amicizia casta, nonostante le palpitazioni del ragazzo, il quale si troverà presto a condividere con la sua beniamina un segreto: attraverso un dispositivo, impiantatole sul braccio da un tizio strampalato (che muore dopo essere stato investito, limitandosi a dire: “Ora pensaci tu per favore“), Chiho può diventare una gigantessa!

Questa “capacità” sarà ovviamente sfruttata dal suo compagno parassita e violento, tanto quanto dal regista con cui lavora: il suo meraviglioso corpo ora gigantesco è perfetto per far “impazzire” non uno, ma addirittura due uomini. Chiho non si vergogna del suo lavoro: è grazie ai compensi che riceve per scene di sesso che mantiene sé, nonché madre, fratelli e compagno. Ma adesso tutto potrebbe cambiare… soprattutto grazie alla presenza di una persona come Rei, che sembra essere veramente interessato a lei come persona e non solo alle sue enormi tette.

A concludere il quadro, il sito web “ETE – Enjoy The End” che indìce delle votazioni per scegliere quale calamità debba abbattersi sul Kanto e dintorni, per poi realizzarle immediatamente dopo (pioggia di escrementi, un attore fighissimo che corre nudo per le strade della città e simili). Come sono collegati i due avvenimenti? Chi era quell’uomo stravagante morto in mutande? Veniva davvero dal futuro come tutto lascia pensare? Cosa ci sarà nelle quasi 200 ore di registrazione che ha lasciato a Chiho?

VIOLA GIRAMONDO

di Teresa Radice e Stefano Turconi, Bao Publishing, colori, volume unico, Euro 19,00

Viola Giramondo

Uscito per la prima volta nel 2013 a cura della casa editrice Tunuè, questo fumetto ha arricchito il bottino dei premi (Premio Boscarato al Treviso Comic Book Festival 2014 come “Miglior Fumetto per bambini e ragazzi”, il Prix Jeunesse al Festival Bedecine di Illzach nel 2015, finalista al Grand Prix des Lecteurs du Journal de Mickey a Parigi nel 2015 e al Prix Jeunesse a Angouleme nel 2016) conquistato da questa coppia non comune, che ha trovato nel fumetto un motivo di incontro professionale e di relazione.

Il titolo, la copertina e i riconoscimenti ufficiali ci dicono che è un lavoro pensato per i bambini, tant’è che la protagonista è un’adolescente di nome Viola, nata e cresciuta in giro per il mondo, in quanto parte della grande famiglia circense e più precisamente trapezista del Cirque de la Lune. Tuttavia, questo fumetto è intriso di bellezza (e quella coinvolge tutti, grandi e piccini) e di messaggi esistenziali che arrivano al cuore di chi legge con la dolcezza di una carezza (quella di cui tutti sentiamo il bisogno, prima o poi…). La dedica iniziale contiene la suddivisione di questo lavoro in tre sezioni: Viola è il nome di un colore, di uno strumento musicale e di un fiore; seguendo questa triplice accezione ed in quest’ordine, gli autori ci raccontano una parte del viaggio della protagonista.

Colore: Viola è assetata di conoscenza, ma non ama molto star ferma tra i banchi di scuola, preferisce sperimentare e vedere con i propri occhi. Uscita da scuola dopo l’ennesima incomprensione con l’insegnante, le coincidenze la portano a fare la conoscenza di un artista controcorrente: Henri De Toulouse-Lautrec, la cui amicizia le consentirà di scoprire che “c’è un tesoro in ogni dove” e “c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire se il tuo punto di vista si trova a cambiare di continuo!

Io cerco altro quando disegno, sai? Cerco il fremito della vita…il fiore più segreto della bellezza, la sua primigenia vitalità, la sua autenticità…quasi animalesca!

Strumento musicale: in famiglia come in una qualsiasi realtà comunitaria è indispensabile collaborare per raggiungere obiettivi comuni e il benessere di tutti i componenti, un po’ come in un’orchestra ciascun musicista esegue la partitura assegnata, ma in armonia con tutti gli altri. Viola è gentile, premurosa ed altruista con tutti e Antonín Dvořák sembra avere le stesse sue qualità, nonostante la fama lo avrebbe potuto rendere orgoglioso e altezzoso. Eppure in queste pagine lo troviamo a pulire il manto dei cavalli del circo e addomesticare quello più selvaggio, “semplicemente” mettendo in accordo il proprio battito con quello dell’animale. La ricerca di questa armonia è seguita anche dal giovane Hiawatha, che grazie al Maestro e alla sua generosità potrà coronare il suo sogno.

Se avete costruito castelli in aria, il vostro lavoro non deve andare perduto. E’ quello il luogo dove devono essere. Ora il vostro compito è di costruire a quei castelli le fondamenta” – Henry David Thoreau

Fiore: la viola è uno dei fiori più celebrati sia dai poeti che dai pittori e oggi il suo significato è legato al tenero invito a pensare alla persona da cui è stata ricevuta. Il fiore del pensiero e del ricordo. La giovane avrà cura del ricordo di Tenzin, il saggio nonno, che tanti anni prima aveva deciso di abbandonare la sicurezza della propria casa per avventurarsi con il circo e partire alla scoperta delle meraviglie di cui è ricco il mondo che ci circonda. Un modo poetico e un po’ filosofico di spiegare la morte, che ha un senso nella misura in cui rappresenta la conclusione di un viaggio soddisfacente chiamato vita: “Me ne vado pieno, ma leggero. Pieno di tutti voi. Vuoto di cose che potrebbero trattenermi ancora quaggiù“.

Tu non piangere: ricordami. Non angustiarti: parlami. Chiamami, e ti sarò vicino. Non temere: starò bene. Sarò a posto. Sarò a casa

La passione nel matrimonio

di David Schnarch, Raffaello Cortina Editore, p. 461, Euro 30,00

La passione nel matrimonio

Questo libro è stato un investimento. Non parlo solo del costo di copertina (del resto si tratta di un manuale), quanto del tempo dedicato alla sua lettura e, soprattutto, del tempo e delle energie che necessariamente dovranno ancora essere spesi per mettere in pratica i consigli ivi contenuti e raccoglierne pazientemente i frutti. Una premessa fondamentale è che questo studio fa riferimento al concetto di “matrimonio” svincolato da qualunque concezione religiosa e/o formalizzazione burocratica, dovendo intendersi per tale qualunque relazione duratura. Il primo aspetto rassicurante è che il matrimonio (nell’accezione di cui sopra) contiene naturalmente in sé delle problematiche che ogni coppia è chiamata ad affrontare (quindi, non siamo tutti dei casi patologici …); il secondo, è che una relazione potrebbe non iniziare per i motivi “giusti” e nonostante ciò (o, addirittura, a motivo di ciò) potrebbe diventare la prima ragione della felicità individuale e di coppia.

Infatti, è proprio su questo doppio binario che si sviluppano le considerazioni dell’autore: non sei nato per il matrimonio, ma è il matrimonio che ti rende adatto, proprio perché ti permette di evidenzare le tue debolezze e i tuoi punti di forza, esaminarli, affrontarli e superarli, apportando un arricchimento alla tua persona e, di rimando, anche al rapporto di coppia. Del resto è nota la massima secondo cui per avere un rapporto felice, devi essere felice come singolo: il matrimonio (come il mettere al mondo dei figli, aggiungo io) non può MAI essere la soluzione dei problemi personali o la cura di tare psicologiche. Quello che è necessario è un continuo lavoro su se stessi, nella consapevolezza di essere imperfetti, ma tante volte meglio di come ci vediamo e/o di come pensiamo ci vedano gli altri.

In tutto il volume viene progressivamente sviluppato e approfondito il concetto della differenziazione: “Per differenziazione intendo difendere ciò in cui si crede. Calmarsi, non lasciare che l’ansia ci trascini con sé e non diventare iperattivi. Non cedere alla sollecitazione di conformarsi da parte di un “partner” che ha un enorme significato emotivo nella propria vita” (Introduzione, p. XIV). Non è così facile sviluppare e mantenere la capacità di mettere a fuoco il proprio Sé, senza bisogno di continue conferme dall’esterno (vivendo in questo modo di un Sé riflesso, ossia come pensiamo che ci vedano o vogliano vederci gli altri, in primis il nostro partner, con il quale potrebbe venirsi a creare quel legame di dipendenza che molti chiamano erroneamente amore, ma che cela insicurezze e paure mai affrontate). Tutto questo per aumentare l’intimità nel rapporto di coppia…

Per mantenere vive delle vibrazioni sessuali con un partner con il quale c’è un legame emotivo di lunga durata, è richiesta una capacità di differenziazione. Il vostro erotismo è personale e unico come i vostri genitali. Il semplice riconoscere di provare delle sensazioni erotiche può farvi sentire come se stesse rivelando un grande segreto. Concedere al partner uno sguardo sulla vostra mappa erotica può farvi sentire come se gli/le mostrasse il modo di rubare il vostro “tesoro” sessuale” (p. 221).

Avete mai baciato il vostro partner guardandovi negli occhi? Vi siete abbracciati qualche volta fino a rilassarvi? E soprattutto: quando avete un orgasmo (lo avete?) avete provato la sensazione unica di comunione immergendo il vostro sguardo negli occhi dell’altro? Attraverso il resoconto di esperienze di coppia (compresa quella dell’autore) in sedute specifiche o in ritiri di gruppo, vengono indicati i passaggi necessari per raggiungere questi obiettivi, che solo raramente sono innati, perché tutti abbiamo il bisogno di difendere la nostra parte più debole, nascondendola allo sguardo anche della persona che diciamo di amare. In questo processo, “la monogamia, quando la vostra differenziazione aumenta, si sposta dall’essere una promessa che voi fate al partner a una che fate a voi stessi“. Per chi avesse la tendenza a fraintendere: questo non è una versione aggiornata e moderna del Kamasutra (inteso come collezione di posizioni sessuali nell’erronea concezione di chi non lo ha letto…), ma una “guida alla sopravvivenza nel proprio crogiolo” (cap. 12).

A cosa serve, infine, tutto questo lavoro su stessi e il costante investimento di tempo ed energie nel matrimonio? A prepararci ad affrontare l’esperienza più dolorosa della nostra vita.

Avere un matrimonio profondamente buono significa essere vulnerabili ad avere di più da perdere. […] Migliore è il partner, migliore deve essere la vostra capacità di calmare e consolare voi stessi. Non è sano amare il vostro partner più di quanto possiate autocalmarvi, specialmente se avete sempre bisogno che lui o lei “sia lì per voi”. […] L’amore non è per i deboli, né per coloro che hanno bisogno di essere attentamente accuditi, né per i timidi di cuore. Questo è il motivo per cui ce n’è così poco nel mondo. [..] Il matrimonio è il luogo dove si costruisce la forza per amare e calmare se stessi per la perdita di un insostituibile compagno di vita” (p. 434).

Nella setta

di Flavia Piccinini e Carmine Gazzanni, Fandango Libri, p. 365, Euro 18,50

Nella setta


Quando si parla di sette, la gente pensa immediatamente a quelle cattive. Eppure esistono gruppi che sono simili a sette dove le persone sanno esattamente di cosa fanno parte, sono libere di parlare di quello che vogliono, di leggere ciò che desiderano e possono lasciare in qualunque momento senza punizioni. Ci sono invece gruppi distruttivi che si occupano di controllare le informazioni, di manipolare le persone e di trasformarle radicalmente. A questo proposito ci sono svariati campanelli d’allarme, che vanno dalla privazione del sonno alla modificazione del comportamento. […] PNL (programmazione neurolinguistica) continua per canalizzare le azioni in virtù di insegnamenti manipolatori e vessatori“.
Dai testimoni di Geova alla Soka Gakkai, da Scientology a Damanhur, da un Punto Macrobiotico ai singoli santoni della TV locale, questo libro inchiesta è la raccolta di testimonianze dirette della realtà a cui appartengono milioni di italiani, abbandonati nella morsa di organizzazioni che prima ti accolgono in famiglia e poi ti tolgono tutto, anche la dignità.
Il vero dramma è, tuttavia, il vuoto normativo che non consente una tutela piena ed efficace attraverso la configurazione del reato di manipolazione mentale, che sarebbe il presupposto per ottenere almeno un po’ di giustizia e, soprattutto, un freno all’operato di soggetti pericolosi, che troppo spesso hanno agito per meri scopi economici e con il sostegno (a volte nemmeno tanto occulto) della politica.
Per tutti coloro che ne sono usciti e per tutti quelli che hanno bisogno di farlo.
nellasetta@gmail.com

SE I GATTI SCOMPARISSERO DAL MONDO

di Kawamura Genki, Einaudi Editore, p. 177, Euro 14,00

Se i gatti scomparissero dal mondo

Così ho cominciato a redigere la prima e ultima lettera che ti avrei indirizzato. Si prospettava molto lunga – del resto, avevo veramente un’infinità di cose di cui renderti partecipe! Dovevo raccontarti le assurdità che mi sono capitata in questi ultimi sette giorni, i miei ultimi momenti con mamma e quelli trascorsi in compagnia di Cavolo, insieme a tante, tantissime altre cose che avrei sempre voluto dirti. parlarti di me. Carta e penna alla mano, mi sono messo la scrivania e in alto scritto la prima riga. Caro papà…
Rilettura in chiave moderna e in perfetto stile giapponese della sfida che il Diavolo aveva lanciato a Dio ai tempi di Giobbe (1657/1473 a.C.): “È per nulla che Giobbe ha tenuto Dio? Non hai tu stesso posto una siepe attorno a lui e attorno alla sua casa e attorno a ogni cosa che ha tutt’intorno? Hai benedetto l’opera delle sue mani, il suo stesso bestiame si è sparso sulla terra. Ma, per cambiare, stendi la tua mano, ti prego, e tocca tutto ciò che ha e vedi se non ti maledirà nella tua medesima faccia. […] Pelle per pelle, e l’uomo darà tutto ciò che ha per la sua anima”.
E il protagonista cosa sarà disposto a cedere per un giorno di vita in più? Tu ed io cosa saremmo disposti a sacrificare per continuare, egoisticamente, a vivere?

Il volto oscuro del Piemonte

Crimini e criminali d’altri tempi

di Massimo Centini, Yume, p. 239, Euro 15,00

Il volto oscuro del Piemonte

Ho acquistato il volume dietro consiglio della Libreria Belgravia di Torino, perché interessata all’argomento Criminologia, desiderosa di sostenere l’editoria locale e anche perché il curriculum di Massimo Centini mi sembrava degno di nota, ma dopo aver concluso a fatica la lettura, mi sono chiesta se non fosse stato meglio investire quel denaro in altre letture. Non sono una teorica del perfezionismo formale, anzi, cerco sempre di guardare alla sostanza delle cose, ma è pur vero che quando si legge, la forma ha un suo peso specifico e quando, come purtroppo è accaduto nel caso di specie, ci si imbatte in continui “refusi” ed errori, bisogna lottare per non perdere il desiderio di continuare a leggere quello che potenzialmente poteva essere un buon libro.

Solo a titolo di esempio, segnalo:

– pag. 23: la didascalia del dipinto “L’assassinio di Davide Rizzio” di John Opie (1761-1807) riporta la “fine XIII secolo“, tuttavia tale riferimento temporale non è certamente corretto, sia perché Davide Rizzio risulta aver vissuto (come precisato all’inizio del relativo capitolo) tra il 1533 e il 1566 ca., e sia perché l’autore del dipinto, è nato soltanto nel 1761;

– da pag. 211: lo Smemorato di Collegno si chiamava Canella o Cannella? A quanto mi è dato sapere (da altre fonti) Canella, ma in tutto il capitolo vengono usate entrambe le forme.

Passando ora alla “sostanza”, tra tutti i brevi “trattati” (corredati da immagini, citazioni e dettagliate note riportate in calce ad ogni capitolo), spiccano in modo particolare:

1) Il prigioniero mascherato. Credo che molti abbiano visto il film “La maschera di ferro” (1998), ma che pochi – compresa chi scrive – sappiano che la leggenda legata a questo personaggio muove i suoi primi passi nell’agosto 1669 dal suolo italiano e più precisamente dalle carceri di Pinerolo (TO), per poi spostarsi al forte di Exilles (TO) fino a giungere alla Bastiglia, dove parrebbe essere morto nel 1703. Numerose le ipotesi circa l’identità di tale uomo mascherato, soprattutto con riferimento al suo possibile legame di sangue con la casa reale francese: si sarebbe trattato, infatti, del fratello gemello di Luigi XIV, fatto “sparire” per evitare che il trono venisse conteso. La maschera serviva evidentemente ad evitarne il riconoscimento, ma con quale scopo? Varie le strade percorribili, ma nessuna certezza.

2) La Jena di San Giorgio. Quando si pensa che la pedofilia sia un male moderno, causato dalla degenerazione dei costumi, perché “si stava meglio quando si stava peggio“, bisognerebbe che qualcuno avesse a portata di mano questo resoconto sugli avvenimenti che sconvolsero la piccola comunità di San Giorgio Canavese nei primi decenni del 1800, quando si appurò che Giorgio Ossolano, macellaio di professione, aveva selvaggiamente ucciso, violentato, sezionato e nascosto i corpi di ragazzine tra i nove e i quattordici anni. Un serial killer, dunque, con un movente di natura sessuale, ma che nel caso di specie andava oltre: la Jena, infatti, mangiava le proprie vittime, il che potrebbe tanto significare che l’assassino vedeva le proprie vittime come semplice prodotto alimentare (quello che vuole è “disporre totalmente, a proprio piacimento, di un corpo altrui […]”), tanto assumere una valenza simbolica e rituale. Giorgio Ossolano fu condannato a morte per mezzo della forca e il suo corpo fu poi “destinato alla scienza”, che “ha dedicato alla Jena ampio spazio nei propri annali“.

3) Lo Smemorato di Collegno dalla foto segnaletica al DNA. Era con questo nome che per un po’ di tempo venne indicato il paziente n. 44170 dell’ospedale psichiatrico di Collegno, dove era stato ricoverato dopo essere stato ritrovato a girovagare per il cimitero ebraico di Torino nelle prime ore del mattino del 10 marzo 1926, nell’impossibilità di ricordare chi fosse stato prima della perdita totale di memoria. Attraverso la stampa il suo caso fu portato a conoscenza dell’intero territorio nazionale, consentendone addirittura un doppio riconoscimento: quell’uomo era il professore Giulio Canella, capitano della Brigata Ivrea inviata in Macedonia e dichiarato disperso, oppure Mario Bruneri, faccendiere spregiudicato sul cui capo pendevano delle sentenze di condanna? Iniziano le indagini e le contese giudiziarie, che si concludono con l’attribuzione dell’identità di Mario Bruneri, il quale viene successivamente rilasciato dal carcere grazie ad una amnistia per poi raggiungere in Brasile la famiglia Canella come Giulio. La scienza aveva svolto egregiamente il suo compito utilizzando il sistema della comparazione del padiglione auricolare dello Smemorato con quello dei due candidati e, nonostante le evidenze probatorie, una donna (Giulia Canella) decise di non tenerne conto, evidentemente dando la precedenza alla necessità di ricostituire il proprio nucleo familiare. Chissà cosa penserebbe della convalida dei risultati dell’epoca da parte dell’esame del DNA effettuato nel 2014, con cui è stato confermato che proprio di Mario Bruneri trattavasi: ma si sa, quando una donna pensa di aver ragione, tutto il resto non ha importanza.

L’oro e l’oscurità

di Alberto Salcedo Ramos, Alessandro Polidoro Editore, p. 159, Euro 15,00

L’oro e l’oscurità, 2019

Antonio Cervantes, in arte da boxer – per sua stessa scelta – Kid Pambelé, è stato campione del mondo dei welter junior dal 1972 al 1976 e dal 1977 al 1980. La International Boxing Hall of Fame lo ha riconosciuto tra i più grandi pugili di ogni tempo. Se queste sono le premesse, perché mai quest’uomo, partito dal basso puntando alla sopravvivenza, è arrivato alle stelle per lasciarsi cadere nell’abisso? Fondamentalmente è questo l’interrogativo a cui ha tentato di dare risposta, dopo anni di interviste e ricerche, Alberto Salcedo Ramos, considerato uno dei maggiori esponenti del giornalismo narrativo sudamericano.

Alberto Salcedo Ramos (sx) e Antonio Cervantes – Kid Pambelé (dx)

Antonio nasce in una famiglia dalle evidenti difficoltà economiche, in cui la figura del padre sembra gravitare intorno ad essa, senza tuttavia entrare a farne parte. Cresce dietro le cure della madre, Ceferina Reyes, che da sola non avrebbe mai potuto mantenere i suoi sei figli se non fosse stato per Antonio, che, armato di buona volontà, sigarette di contrabbando in una mano e cassetta per lustrare le scarpe (quelle che lui non aveva ai piedi) nell’altra, ha dimenticato di essere stato bambino troppo velocemente.

Entra nel mondo del pugilato dalla porta di servizio, quasi per sbaglio, quasi per gioco e in qualche modo grazie al padre. Inizia la sua carriera senza alcuna preparazione tecnica, partecipando anche ad incontri truccati che gli servivano a sbarcare il lunario. Sì, perché il suo obiettivo non era cambiato di una virgola: provvedere ai bisogni (quelli essenziali almeno) della sua famiglia. Nonostante tutte le sconfitte iniziali, lui continuava a combattere. Perché? “Perché qualsiasi cosa gli desse la boxe era meglio di ciò che aveva prima“, sostiene il suo impresario di Cartagena Nelson Aquiles Arrieta.

Qualcuno potrebbe pensare che la sua storia fosse stata già scritta e che lui fosse destinato a far grandi cose fin dal grembo di sua madre, oppure che il caso fortuito lo ha fatto trovare nel posto giusto al momento giusto, ma sta di fatto che in relativamente poco tempo, con l’aiuto di Tabaquito Sanz e Ramiro Machado, divenne l’emblema di una Nazione intera:

Prima di lui eravamo un paese di perdenti. Ci consolavamo coniugando il verbo quasitrionfare. Festeggiavamo ancora il pareggio con l’Unione Sovietica ai mondiali di calcio del ’62. Pambelé ci convinse che si poteva fare, ci mostrò per sempre cosa significasse passare dalle vittorie morali a quelle reali” (Juan Gossaín, giornalista radiofonico colombiano)

Kid Pambelé durante una “pesata”

Inizia la scalata del successo, viaggi in tutto il mondo per sfidare grandi campioni e difendere il titolo per bene 21 volte, arrivano sempre più soldi e fama, tanto che durante una riunione di colombiani a Madrid qualcuno aveva accolto Gabriel García Márquez dicendo “È arrivato l’uomo più importante della Colombia! Allora García Márquez, guardandosi intorno come se stesse cercando qualcuno sul ring, rispose: Dov’è Pambelé?” Uno dei tanti aneddoti sulla vita di un uomo che ha conosciuto il fulgore dell’oro da campione per sprofondare nell’oscurità della malattia mentale, ereditata con ogni probabilità dalla madre, anche se inizialmente tutti si fossero convinti che i suoi scatti d’ira e le sue follie fossero causate dagli eccessi nell’uso di alcol e droga.

La sua vita personale è costellata da due relazioni ufficiali e innumerevoli amanti, da cui ha avuto diversi figli, a cui ha provveduto fino a quando si è bevuto e sniffato tutto. Oggi vive con la “sola” pensione da sportivo, dopo essere stato ricoverato diverse volte per disintossicazione e crisi depressive, ma soprattutto continua a vivere nel suo mondo di circa 50 anni fa, quando il mondo lo acclamava e lui brillava come una stella nel cielo nero della Colombia.

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