Progetta un sito come questo con WordPress.com
Crea il tuo sito

Follia

di Patrick McGrath, Gli Adelphi, p. 296, ristampa 15 – 2022, Euro 13,00

Cos’è la follia? Secondo il vocabolario Treccani è uno stato di alienazione di grave malattia mentale, sinonimo, quindi, di pazzia. Questo è nel linguaggio comune, usato dal cd. “uomo della strada”, ma nella medicina psichiatrica temo che tale termine abbia talmente tante varianti e sfumature da perdere quasi di significato. Sta di fatto che la storia narrata in questo romanzo si svolge per lo più all’interno di un carcere psichiatrico inglese, in cui il dottor Max Raphael si trasferisce, insieme a sua moglie Stella e al figlio di dieci anni Charlie, nella speranza di diventarne presto il nuovo direttore, per la gioia di sua madre Brenda.
La voce narrante è quella di un altro psichiatra dell’istituto, il dottor Peter Cleave, testimone discreto del susseguirsi degli eventi che sconvolgeranno la vita di tutti i personaggi. Stella è una donna che vive all’ombra del marito, da cui non riceve più le attenzioni riservatele forse in passato, desiderosa di sentirsi ancora viva, pulsante, inebriata dall’euforia dell’amore e del sesso. Questa la premessa necessaria per comprendere come abbia potuto cedere alle lusinghe e al fascino di Edgar Stark, uxoricida, che con il tempo si è guadagnato la libertà di fare dei lavori all’interno della struttura, compresi i vari ettari di terreno circostante. Tanto bastava a Stella e Edgar per diventare amanti e complici: lui pianificando la fuga, lei persuasa dai propri istinti a credere in una redenzione del suo amato; entrambi con l’aspirazione a una nuova vita. “Non poteva stare lontana da Edgard. Ce la metteva tutta, va detto, e per un attimo, se si fermava a soppesare le possibili ripercussioni di quello che stava facendo, provava un cupo sgomento. Ma era una reazione passeggera. Sentendolo così vicino Stella non riusciva a controllare la continua, instancabile frenesia della propria immaginazione” (p. 47). Le cose, tuttavia, non vanno esattamente secondo i piani e anche Stella si troverà costretta a sottoporsi alle cure del suo caro amico Peter.
Patrick McGrath (Londra, 1950) con questo romanzo sembra attingere alla propria storia personale, in quanto figlio di un sovrintendente medico, trasferitosi nell’Ontario (USA) nell’unità di sicurezza del centro di salute mentale di Penetang. Tuttavia, i ringraziamenti dello scrittore vanno al dottor Bryan O’Connell, direttore medico di una clinica londinese, pioniere specializzato nel trattamento psichiatrico degli adolescenti, che nel 1960-61 fece un tour delle prigioni per criminali malati di mente e dei centri di studio per la riabilitazione psichiatrica degli Stati Uniti.
L’amore può rendere folli? La follia può cedere il passo all’amore? È folle solo la persona a cui è stata diagnosticata una malattia mentale? Ciascun personaggio, a modo proprio, suscita un sentimento di compassione, costringendo a chiedersi “Come avrei reagito io al suo posto?“. Sebbene scorrevole e con una chiara linea temporale (nonostante i continui flashback) la lettura di questo romanzo instilla un sottile quanto costante stato di tensione, attesa, angoscia. Sarebbe da leggere tutto d’un fiato, qualora le circostanze lo permettessero, perché la follia può essere contagiosa e il lettore potrebbe arrivare a dubitare perfino di se stesso.

La Mennulara

Di Simonetta Agnello Hornby, Universale Economica Feltrinelli, III edizione aprile 2022, pagg. 261 (promo 2 libri a Euro 9,90)

Se avessi seguito il mio “istinto” di lettrice, non avrei scelto questo romanzo, ma tra la promozione della casa editrice e i tanti consigli di lettura, ho ceduto. Un buon romanzo, non da tenermi “incollata” alle pagine, né da farmi emozionare all’inverosimile, ambientato a Roccacolomba (Sicilia; paese che non esiste con questo nome, ma con quello di Roccapalumba nella città metropolitana di Palermo) negli anni Sessanta del secolo scorso, in cui, partendo dall’ora “X” (ossia la morte della Mennulara), viene ricostruito il passato dei vari personaggi e dello stesso paese.
23 settembre 1963: Maria Rosalia Inzerillo, 55 anni, muore nella sua casa a causa di una grave malattia dopo anni di servizio, prima come cameriera, poi come amministratrice, presso la rinomata famiglia Alfallipe. Una promozione singolare considerate le circostanze: non solo la Mennulara è nata in una famiglia povera e non ha mai studiato, ma è soprattutto una donna, che vive il fiore dei suoi anni nella Sicilia del Secondo Dopoguerra in un piccolo paese di agricoltori. Eppure tutti sanno che, nonostante le premesse non fossero delle migliori, la piccola scimmietta rachitica, che si arrampicava con fare esperto per non farsi sfuggire nemmeno una mandorla (in siciliano, appunto, mènnula) ha raccolto ricchezze inimmaginabili. O almeno è così che si vocifera. Ma sarà vero? E se sì, come ha fatto? Certamente qualcosa di losco!
Nel paese circolano molte ipotesi e gli stessi membri della famiglia Alfallipe non sanno a quale credere: Inzerillo era una protetta del mafioso locale; era l’amante segreta dell’avvocato Alfallipe; aveva rubato nella stessa casa in cui aveva prestato servizio dall’età di 13 anni. Forse in ciascuna di queste supposizioni può scorgersi un riflesso della complessa verità che ha reso la Mennulara un personaggio tanto discreto quanto chiacchierato.
Attraverso i ricordi di chi ha avuto il piacere o la sfortuna di conoscerla vengono regalati squarci della vita, degli amori e delle rinunce di Maria, donna risoluta, intelligente, avida di conoscenza, amante della bellezza (da un albero in fiore a un’aria di qualche opera classica, fino all’arte antica), che anche da morta confermerà la propria fedeltà e, soprattutto, il grande affetto verso i “ragazzi” della famiglia: Gianni, Lilla e Carmela, così diversi tra loro, ma improvvisamente uniti dal desiderio (e, in parte, dalla necessità) di mettere le mani sull’eredità della loro “donna di fiducia”.
Tuttavia, l’impresa non sarà così semplice: la loro cameriera e amministratrice li conosceva così bene da sapere che non avrebbero manifestato pubblicamente riconoscenza e gratitudine nei suoi confronti, se non con i giusti “incentivi”, così da tributarle tutto l’onore che meritava. Infatti, essendo consapevole del poco tempo che le restava da vivere, aveva architettato una sorta di “caccia al tesoro”, in cui i partecipanti (gli Alfallipe) avrebbero ottenuto indizi utili a raggiungere il traguardo, ma solo se avessero rispettato pienamente la volontà della defunta. Si creeranno situazioni quasi grottesche, a volte drammatiche, ma non può essere diversamente quando di mezzo ci sono soldi e parenti.
Il ritmo della narrazione è alto, gli eventi si susseguono senza inutili pause, sono presentati tanti personaggi, tante famiglie e il loro legame con la Mennulara. È il libro di esordio (2002) della scrittrice, sposata nel 1966 con l’inglese Martin Hornby, laureata in giurisprudenza nel 1967, titolare dello studio legale “Hornby e Levy”, specializzata in diritto di famiglia e diritto dei minori, e successivamente dedita all’insegnamento. Tradotto in diciannove lingue, ha conquistato diversi riconoscimenti, tra cui il Premio Forte Village, il Premio Stresa di Narrativa e il Premio Alassio cento libri – Un autore per l’Europa.
Segnalo, in ogni caso, una incongruenza: alle pagine 177-178 si racconta che lunedì 30 settembre Elvira Risico, commessa nella libreria di paese, “Aveva un debole per i clienti anziani e accolti, ovvero i professori del liceo Galilei di Roccacolomba e il presidente Fatta, accanito lettore. Quella mattina, era certa di trovarlo ad aspettarla dinanzi alla libreria, pronto a prendere in consegna i volumi ereditati dall’avvocato Alfallipe. Per questo era uscita presto. […] Le previsioni di Elvira si rivelarono esatte: quel lunedì mattina, ad aspettarla davanti alla libreria c’era il presidente Fatta, con in mano uno sporta di tela“. A conferma dell’avvenuta consegna dei libri, a pagina 186 si può leggere il capitolo 42 intitolato “Pietro Fatta esamina i libri di D’Annunzio, capisce meglio Orazio e salta il pranzo con la moglie“.
Tuttavia, pagina 205, la consegna dei libri avviene secondo modalità e tempistiche diverse: è Elvira Risico che “il lunedì pomeriggio passa con il marito in libreria per ritirare volumi da consegnare al presidente Fatta“, il quale “ringraziò Elvira per i volumi di D’Annunzio che gli aveva portato“. Ho cercato di confrontarmi sul punto con altri lettori, ma senza venirne a capo. “A volte capita”, mi è stato detto. Vero, ma resto sempre stupita da queste imprecisioni in libri così premiati e consigliati, causate sicuramente dalla predisposizione di più stesure, a cui non ha tuttavia fatto seguito una adeguata rilettura. O mi sbaglio?

HOMO DEUS. Breve storia del futuro

di Yuval Noah HARARI, Editore Bompiani, XII ristampa – febbraio 2022, p. 547, Euro 17,00

Dopo “Sapiens, da animali a dei” ero entusiasta all’idea di essere nuovamente coinvolta nelle affascinanti spiegazioni di questo studioso, che sa rendere la storia interessante in quanto comprensibile, poiché non si limita a un dettagliato, noioso elenco di date ed eventi, ma analizza i fatti mettendoli in relazione tra loro ed esplicitandone gli effetti sul presente e sul nostro modo di vivere.
Con questo volume Harari va anche oltre: presenta – come lui stesso precisa – non una profezia, ma un possibile futuro del genere umano, qualora si decidesse di proseguire sulla strada imboccata da tempo, senza rivedere collettivamente priorità e valori.
Una ampia quanto necessaria “introduzione” (circa 80 pagine) illustra i successi ottenuti dall’umanità grazie al progresso medico, scientifico e tecnologico, tanto da poter affermare che l’uomo è in grado di debellare malattie, sfamare l’intera popolazione mondiale e far fronte a qualunque contrasto geopolitico attraverso diplomazia e conseguenti accordi e/o trattati, a tutela non solo della vita umana, ma anche (e soprattutto?) della stabilità economica internazionale.
Leggere nel 2022 queste considerazioni, dopo tre anni di pandemia COVID-19, quasi un anno di guerra tra Ucraina e Russia, e anni di continue richieste di aiuti per sconfiggere la malnutrizione nel cd. Terzo Mondo, mi ha fatto inizialmente storcere il naso. Certo, la prima edizione del libro è del 2016, per cui l’autore non poteva tenere conto di questi eventi, ma in ogni caso le conclusioni a cui giunge sono ragionevoli e condivisibili: laddove le persone non vengono sfamate, curate e salvate dalle atrocità della guerra, non è perché l’umanità non abbia gli strumenti necessari per riuscirvi, ma “semplicemente” perché, alla luce di imprescindibili interessi economici e politici, “qualcuno” ha deciso che fosse meglio così.
Alla luce di queste premesse, nasce il quesito: quali sono, quindi, le nuove conquiste, i nuovi obiettivi, che il genere umano potrebbe porsi nel suo incessante bisogno di migliorare, evolvere? L’immortalità, la felicità eterna e uno status divino.
Il perché siano queste le più papabili priorità e cosa comporterà il loro soddisfacimento è analizzato nelle tre sezioni che seguono l’introduzione:
i) Homo Sapiens alla conquista del mondo: affronta “la relazione tra Homo sapiens e gli altri animali, cercando di capire ciò che rende la nostra specie così singolare“.
ii) Homo Sapiens dà un senso al mondo: viene esplicitato come si è passati dal teismo alla rivoluzione umanista (“l’universo ruota intorno al genere umano e gli umani sono la fonte di ogni significato e autorità“), indicandone le implicazioni economiche, sociali e politiche.
iii) Homo Sapiens perde il controllo: “Perché i tentativi di portare a compimento l’umanesimo potrebbero causarne la rovina? […] Questa parte del libro non consiste in un filosofoggiare fine a se stesso o in una futile narrazione futurologica. Al contrario, analizza i nostri smartphone, le modalità di corteggiamento di un possibile partner e il mercato del lavoro assumendoli come altrettanti indizi delle cose che verranno“.
Leggere questo testo mi ha trasmesso, a tratti, inquietudine, perché – portando alle estreme conseguenze le scelte operate su scala mondiale negli ambiti sociali, politici ed economici – l’Uomo pare voler diventare un SuperUomo, una divinità appunto, capace di creare una nuova razza umana, messa nelle condizioni di autoriprodursi e autoripararsi, di massimizzare tempo e risorse, inserendo elementi non biologici nel proprio organismo. Al di là dell’aspetto etico-morale-religioso, anche in questo possibile futuro ipertecnologico e funzionale, resteranno le disparità economico-sociali: non tutti potranno permettersi l’ultimo ritrovato tecnologico per il potenziamento fisico e cognitivo. E così, almeno sotto questo aspetto, la storia resterebbe immutata: più soldi ai ricchi e più potere ai potenti.
Per non parlare della frustrazione, depressione e/o angoscia che ne potrebbero scaturire su vasta scala nel momento in cui anche nel campo creativo l’uomo fosse definitivamente sostituito da algoritmi non coscienti (ma che potrebbero diventarlo un giorno?). Non si tratta di una visione esagerata o pessimistica del futuro, ma di concrete possibilità, che affondano le proprie radici nel presente: non è fantascienza che esistano già algoritmi per comporre musica, letteratura e arte visiva, capaci di suscitare emozioni tanto quanto (se non di più) l’elaborato di un essere umano.
Un mondo dominato da uomini potenziati capaci di fare ogni cosa (quando non sostituito completamente da un processore) non è un futuro realizzabile nell’immediato, tuttavia, figurarcelo ci costringe a chiederci se è questo che desideriamo per i nostri discendenti. In caso negativo, possiamo ancora cambiare direzione. Diventa fondamentale, quindi, dare risposta, come singolo e come collettività, a tre domande chiave:
1. Gli organismi sono davvero soltanto algoritmi, e la vita è davvero soltanto elaborazione dati?
2. Che cosa è più importante: l’intelligenza o la consapevolezza?
3. Che cosa accadrà alla società, alla politica e alla vita quotidiana quando algoritmi non coscienti ma dotati di grande intelligenza ci conosceranno più a fondo di quanto noi conosciamo noi stessi?
”  

JERUSALEM

di Alan Moore, Rizzoli Lizard, p. 1534, I Edizione – novembre 2017, Euro 39,00

Se dovessi scegliere un aggettivo per descrivere questo volume, sarebbe certamente monumentale. Non mi riferisco tanto al numero di pagine che lo compongono, quanto ai contenuti, che spaziano in ogni dove dell’esistenza umana.
Northampton è una cittadina dell’Inghilterra, capoluogo della Contea del Northamptonshire, situata a circa 106 km a nord-ovest di Londra, di cui ci si può fare un’idea più precisa grazie alla cartina riportata all’inizio (e alla fine) del libro. È questo il luogo dove si svolgeranno tutti gli eventi (passati, presenti e futuri), che Alan Moore ha elaborato con accuratezza sconcertante e ambientato nel mondo dei vivi e in quello, a esso connesso, dei morti.
La storia di questa cittadina si intreccia con quella della famiglia VERNALL, caratterizzata dalla presenza in ogni generazione di almeno un componente che abbia “girato l’angolo”, metafora utilizzata per definire chi è “fuori di testa”, ma che racchiude in sè un segreto: chi ha girato l’angolo, sebbene ancora vivo, riesce ad avere coscienza del mondo dei morti e a interagire con esso.
Se proprio devono essere identificati dei protagonisti, penso ai fratelli Alma e Michael Warren: lei pittrice di una certa fama, senza famiglia, abile nel rollare e fumare canne come se non ci fosse un domani; lui operaio, sposato e con due figli, senza alcuna passione o hobby. Eppure è proprio Michael ad aver vissuto un’esperienza incredibile, quando, ancora bambino, rischia di morire soffocato a causa di una pastiglia per la tosse: lui (e non l’eccentrica sorella maggiore) ha potuto varcare il confine tra i due mondi e vedere con i propri occhi la Northampton dei tempi passati e futuri accompagnato dalla Banda dei Morti Morti, composta da ragazzi (quantomeno nell’aspetto) più grandi di lui e vissuti in epoche diverse, il cui passato sarà svelato al solo lettore.
Una volta tornato in vita Michael non avrà memoria di questo viaggio, che condizionerà inconsapevolmente la sua intera esistenza. Ne diventerà cosciente solo grazie ad Alma, che attraverso la propria arte ricostruirà i passaggi fondamentali della storia di Northampton e della sua famiglia, rendendo evidente l’inestricabile legame esistente tra i due mondi.
I personaggi satellite sono tanti e tutti i diversi tra loro, uniti dal filo rosso della genetica o degli eventi. Partendo da John Vernall (detto Ginger) e dal suo omonimo figlio (detto Snowy), si passa alla triste e complessa storia di May Vernall, che diventerà una deathmonger dopo aver perso sua figlia May, la bambina più bella che occhi umani abbiano mai potuto vedere. Verranno altri figli e tra questi Tommy Warren, padre dei due “protagonisti”.
Tra coloro che non condividono il DNA dei Vernall, ne spiccano alcuni, tra cui: Maria, una prostituta tossicodipendente che avrà salva la vita grazie alla Banda dei Morti Morti; Freddy Allen, uno spirito tormentato dal suo passato e che avrà l’occasione di riscattarsi; Peter, il frate che ha ricevuto il compito di portare una croce nel cuore dell’Inghilterra; Black Henry, che trova in questa terra la libertà che in America sognavo da tempo, sempre in giro con la sua bici con le ruote di corda.
Completano il “cast” alcuni personaggi realmente esistiti tra cui la ballerina dal talento straordinario Lucy Joyce (Trieste 1907 – Northampton 1982), figlia del celebre scrittore irlandese James Joyce, intrappolata per anni in un amore incestuoso con il fratello, il quale, raggiunto il momento di convolare a nozze, la fa rinchiudere in un manicomio. Tra follia e poesia, Lucy racconta la sua storia, passeggiando nel tempo nei giardini dell’Istituto che l’ha vista ospite per lungo tempo.
Tutti loro sono connessi nel grande gioco della vita, gioco che in questo romanzo assume la forma e le regole del biliardo. È su un tavolo verde, infatti, tra palle e stecche, che i cosiddetti Costruttori decidono il destino degli umani viventi.
Può spaventare immergersi in queste visioni, ambientazioni e meccanismi, perché sembra di perdere da un momento all’altro il filo della narrazione. Eppure, se ci si concede un po’ di tempo (magari prendendo qualche appunto), Alan Moore ci saprà regalare una visione a tutto tondo dell’esistenza umana: storia, politica, religione, tradizioni, amore, tradimento, sesso, droga, miseria, follia.

Il vangelo secondo Gesù Cristo

di José Saramago, Universale Economica Feltrinelli, Ed. aprile 2021, p. 351, Euro 4,45

Dopo “A volte ritorno” di Niven è il secondo libro a tema “religioso”, eppure sovversivo, irriverente, illuminante: se Gesù avesse lasciato delle memorie della propria vita, quali aspetti avrebbe evidenziato, quali persone avrebbe ricordato, quali discorsi avrebbe riportato? José Saramago, premio Nobel per la letteratura nel 1998 (perché “con parabole, sostenute dall’immaginazione, dalla compassione e dall’ironia ci permette continuamente di conoscere realtà difficili da interpretare“), è la voce narrante che ci guida attraverso il proprio sguardo in questa ricostruzione originale della vita di Gesù Cristo, il figlio di Dio. I toni non sono quelli della serietà e della devozione, ma della logica e dell’ironia.
Giuseppe e Maria sono due giovani sposi, legati alle tradizioni rabbiniche e alle regole sociali: Maria non ha voce in capitolo su alcuna questione, deve solo rassettare casa, cucinare, andare a prendere l’acqua al pozzo, rendersi sempre disponibile quando il marito esprime il desiderio di possederla. Giuseppe è un falegname, “senza arte né parte”, devoto, forse un po’ ingenuo, che vuole unicamente vivere in pace e non avere problemi con i suoi connazionali. Un giorno, quando ormai è giunto il tramonto, mentre Giuseppe cena da solo (ai tempi si usava così!) dopo essere stato servito da Maria, un mendicante si presenta alla loro porta e ripaga la generosità della donna con una ciotola contenente una polvere luminescente.
Questo episodio condizionerà la (seppur breve) vita di Giuseppe, ma non tanto quanto quella di Maria e soprattutto di Gesù, il quale scoprirà l’identità del mendicante solo dopo aver imparato da lui il mestiere di pastore.
Appena diciottenne scopre l’amore sensuale e “paritario” grazie a Maria di Magdala, più grande di lui, sola, sebbene visitata regolarmente da uomini che desiderano da lei ciò che non osano chiedere alle proprie mogli. Diventano una coppia, tanto chiacchierata da alcuni (gli invidiosi oserei dire) quanto amata da altri, che abbandonerà tutto quel poco che ha per portare a compimento il destino di Gesù.
Al giovane, infatti, si era nel frattempo rivelato il suo Padre Celeste Mi hai fatto venire qui, che cosa vuoi da me, domandò, Per ora niente, ma un giorno da te vorrò tutto, Che cosa significa tutto, La vita, Tu sei il Signore, ci togli sempre le vite che ci dai, Non ho altro rimedio, mica posso congestionare il mondo, E la mia vita, a che scopo la vuoi, Non è tempo che tu lo sappia, hai ancora molto da vivere, ma sono qui per annunciarti, perché tu possa prepararti con lo spirito e il corpo, il grandioso destino che sto approntando per te, Signore, mio Signore, non capisco né cosa tu dica né cosa tu voglia da me, Avrai il potere e la gloria, Che potere, che gloria, Lo saprai quando arriverà l’ora di richiamarti […]” (pag. 205-206).
Gesù compie miracoli sempre più importanti e la voce si diffonde nei villaggi, ma – pur sapendo di averne il potere – decide, seguendo il consiglio della sua compagna Maria, di non resuscitare il suo amico Lazzaro: “Nessuno ha compiuto tanti peccati in vita per meritare di morire due volte, a quel punto Gesù lasciò ricadere le braccia e si allontanò per piangere” (p. 338).
Da pagina 286 a pagina 315 viene raccontato il secondo incontro tra Gesù e Dio alla presenza del Pastore, dove sono svelati non solo gli eventi futuri, costellati di martiri, ma soprattutto le motivazioni che hanno spinto Dio a generare un figlio umano per poi farlo morire su una croce … sono forse le pagine più belle e stabilizzanti per chi crede nel Dio della Bibbia, che ha tanto amato il mondo da offrire il suo unigenito figlio.
Un ateo che parla di Dio sembra una contraddizione in termini, eppure su tale contraddizione José Saramago ha fondato il suo genio letterario e vissuto per un ideale, dando senso alla propria esistenza. Un autore “scomodo” che ha apertamente accusato la Chiesa Cattolica di scatenare “nuovi odi alimentando rancore“. L’uscita di questo romanzo fu uno scandalo nel cattolico Portogallo e nel 1992 lo scrittore si trasferì a Lanzarote nell’arcipelago spagnolo delle Isole Canarie, dove morì il 18 giugno 2010 all’età di 87 anni.
Avvenire.it diede l’annuncio della sua morte con l’articolo del critico letterario Fulvio Panzeri: “Ci sono scrittori che, per essere al centro dell’attenzione mediatica e per distogliere il giudizio dalla poco rilevante qualità delle loro opere, amano mettersi al centro dell’attenzione attraverso polemiche e attacchi mediatici […] Saramago è stato uno scrittore notevolmente sopravvalutato in maniera esagerata in Italia […] qui la tesi è […] quella di un “dio” malvagio, ingiusto e invidioso, che non ama gli uomini, le sue creature. È quel Dio che Saramago ha voluto mettere alla berlina. Incapace di comprenderlo, lo scrittore ha tentato di distruggerlo. Senza riuscirci. Le sue sono state solo parole. Spesso brutte parole, senza storia“.
Ebbene, viviamo di parole e di immaginazione, e la nostra stessa capacità di cooperazione su larga scala dipende proprio dal condividere la stessa storia, quella tramandata nel tempo, per un certo periodo. José Saramago non ha fatto altro che ricordare con lucidità e ironia (quella che contraddistingue le persone intelligenti) che il mondo è pieno di storie, ma non per questo dobbiamo crederci ciecamente, né dobbiamo permettere ad altri di decidere per noi a quale storia sia meglio credere. 

Dritto al cuore del tuo cane

Come conoscerlo, educarlo e costruire con lui una relazione perfetta

di Angelo Vaira, Universale Economica Feltrinelli, p. 222, Euro 10,00

Adottare un cane non vuol dire esserne il proprietario, ma accogliere in famiglia un nuovo componente, con le sue esigenze e caratteristiche. Ergo, quando si sceglie un cane, non solo non dovremmo lasciarci guidare dall’estetica e dalle mode del momento, ma domandarci se siamo in grado di prenderci cura di lui. Già, perché la prima cosa da mettere in conto (oltre alle spese per cibo, educatore, veterinario, accessori) è il tempo che dobbiamo spendere per conoscere il nostro amico a quattro zampe e costruire una vera relazione, forte e duratura.
Se qualcuno pensa di risolverla con un grande giardino, si sbaglia di grosso: lo spazio di cui il nostro cane ha più bisogno è quello al nostro fianco. I cani, come gli umani, sono animali sociali e stare da soli tutto il giorno (o per maggior parte della giornata) li rende infelici e insoddisfatti (trovate casa distrutta tutte le volte che tornate a casa? Forse il vostro cane sta cercando di farvi capire il suo disagio, il suo stress e la sua noia), perché hanno bisogno di vederci, annusarci, giocare, svolgere attività consone alla loro razza ed età insieme a noi.
Questa guida, suddivisa in 10 capitoli, ciascuno articolato in sezioni che rispondono alle domande poste all’inizio del capitolo, offre un approccio innovativo e illuminante su come vivere con un cane. Ad esempio nel capitolo quarto, “Educazione o addestramento?“, senza sminuire l’importanza di insegnare a eseguire alcuni comandi che possono tornare utili in svariate circostanze, viene esaltato il valore dell’educazione, che “aiuta il cane a sviluppare le sue capacità cognitive e sociali. Non si tratta di insegnare dei precisi comportamenti, ma di una vera e propria forma mentis: è in gioco il carattere del cane ed è l’ambito di intervento primario più importante nella sua crescita” (pag. 94).
Pensare all’educazione di Fido, tuttavia, comporta anche un lavoro su se stessi per sviluppare capacità necessarie a conquistare la sua fiducia, così da diventare il suo punto di riferimento, la sua guida. La teoria della dominanza è decisamente sopravvalutata: Il cane abbaia, salta addosso e tira il guinzaglio per una serie di motivi, non necessariamente perché vuole mettere in chiaro chi comanda nel “branco”. Allora, al concetto di dominanza ne viene affiancato un altro, quello di “accreditamento“: “le persone si sentono invitate a mettersi in gioco, ad assumersi le proprie responsabilità e a cercare di capire come guadagnare la fiducia del cane, anziché il suo timore. La decisione è semplice: vogliamo un cane che ci rispetti sulla base della paura o che ci ascolti perché si fida di noi? (pag. 86).
Se vogliamo la sua fiducia dobbiamo: soddisfare i suoi bisogni, mettere in mostra le nostre abilità, proteggere ed essere fonte di sicurezza, saper comunicare e prendere la maggior parte delle iniziative interessanti (pagg. 87-88). Sì, c’è da lavorare, esattamente come quando interagiamo con altri umani con i quali vogliamo instaurare una relazione, un’amicizia. Il lavoro di Angelo Vaira inizia proprio per questo, grazie a Lucky, un cucciolo che lo aveva scelto con uno sguardo dallo scatolone in cui era, in attesa di essere adottato insieme ai suoi fratellini. Molto onestamente l’autore ammette di aver commesso degli errori nel suo percorso, a causa dell’inesperienza e di – probabilmente – una visione limitata e/o tradizionalista del rapporto uomo/cane, ma di aver sempre colto l’occasione di imparare, tanto dai cani attraverso l’osservazione e l’ascolto, quanto dagli umani con più esperienza di lui nel settore della cinofilia (si consulti, al riguardo, l’ampia bibliografia alle pagine 215-219) mediante uno studio approfondito, critico ed empirico.
Concludendo, sebbene il titolo possa lasciar pensare ad un libro “leggero” e dall’approccio meramente “sentimentale” del rapporto con il proprio cane, esso rappresenta una sintesi di studio, passione, esperienza. Ci sono validi consigli pratici, tecniche da adottare, per migliorare la comunicazione con il nostro cane, ma attenzione: non tutto riesce a tutti e soprattutto nel caso il vostro “figlio peloso” abbia manifestato dei comportamenti problematici (per esempio aggressività verso i propri simili e/o gli umani) è opportuno avvalersi della collaborazione di educatori seri e competenti.

DOPO LE FIAMME

di Fernando Aramburu, Guanda Editore, Ed. tascabile 2021, p. 251, Euro 12,00

Dopo le fiamme

Dopo aver amato Patria pensavo che la lettura di un altro libro di questo autore avente lo stesso tema sarebbe risultata ripetitiva e noiosa… e, invece: dieci racconti presentati in un susseguirsi di emozioni e bellezza, come perle di un unico filo. Non c’è un solo personaggio che assomigli all’altro, un solo dialogo ripetuto, un ambiente riproposto: solo il filo è lo stesso, quello della “questione basca” e delle tragedie personali, familiari e comunitarie cui le operazioni dell’ETA hanno dato luogo. Eppure, ciascuna storia ha il suo dolore da raccontare, mai uguale a se stesso, pur avendo la stessa matrice. Se non è capacità letteraria questa, non saprei come altro definirla…

Il primo racconto (I pesci dell’amarezza) si basa sulle vicende di una vittima innocente (ce ne sono mai di colpevoli?), una giovane donna che si era semplicemente recata a uno sportello bancomat per prelevare dei contanti, dopo aver salutato i genitori, Jesùs e Juani, fino a quando: “Sentimmo il boato da casa. Io stavo pulendo l’acquario delle lumachine. Tremarono le pareti. Il cane della vicina cominciò ad abbaiare. Juani, che si stava preparando per andare alla messa del sabato, dai gesuiti, non ebbe dubbi: questa era una bomba, accendi la tv. La programmazione era quella solita. Poco dopo sentimmo, in lontananza, sirene di ambulanze. Era uno splendido giorno di primavera“. La figlia viene riconosciuta dalla cugina di Andoni, il suo fidanzato, ed è così che i genitori vengono a sapere che la figlia è stata ricoverata: “Ci diedero un camice verde ciascuno e dei copriscarpe. Ci chiamarono ed entrammo. Non lasciavano entrare più di due alla volta. Uscii subito perché anche Andoni potesse vederla. E perché l’anima mi naufragò quando la vidi in quello stato“. Nessun nome per questa figlia la cui vita cambierà per sempre (non riesce a camminare a causa di una gamba che non risponde agli stimoli, ha bisogno di qualcuno che l’aiuti a lavarsi, lascerà il suo promesso sposo) e questo rende ancora più coinvolgente la narrazione, perché potrebbe avere qualunque nome, anche quello della figlia di chi sta leggendo.

Vittima non è solo chi viene ferito o ucciso nel corpo dagli attacchi dell’ETA, ma anche chi – pur rimanendo biologicamente vivo – è consumato giorno dopo giorno da un dolore inconsolabile, causato da uno shock tanto improvviso quanto violento. Questa la condizione in cui vive da anni Santi (Santiago), un ragazzo molto riservato, trasferitosi da poco nella filiale di una banca di Moratalaz, dove incontrerà la sua cura, l’autrice di una lettera indirizzata alla sua amica psicologa, in cui ripercorre quanto accaduto tra lei e Santi dal primo giorno in cui si sono incontrati fino al loro viaggio di nozze (Relazione da Creta).

A concludere la raccolta, il racconto che dà il nome al volume Dopo le fiamme, composto in una forma che rammenta il copione di una commedia drammatica, che ci presenta Eusebio, ricoverato in ospedale per ustioni, dopo aver salvato un bambino colpito da una bomba incendiaria; Martina, moglie del malcapitato, emozionata al pensiero di poter incontrare il lehendakari (presidente, per antonomasia quello del Governo Basco), burbera con il marito tanto da renderla antipatica; il fotografo, che rimbalza come una pallina da flipper da un ospedale all’altro per poter documentare gli eventi terroristici che hanno colpito la popolazione; l’infermiera, che accudisce amorevolmente tutti i pazienti con la giusta dose di ironia; e l’altro ammalato, il cui figlio è detenuto, ma lui non vuole sapere esattamente per cosa sia stato condannato, perché: “Sono un padre, non un poliziotto. Alcuni dicono una cosa, altri ne dicono un’altra. In paese molti entrarono nell’organizzazione e lui gli andò dietro. O davanti, neanche questo so. Mia moglie, lei lo sa, ma non ne parliamo (Rimasero entrambi in silenzio per un po’.) Faccia attenzione con suo figlio. Questo è come la bottiglia che hanno lanciato. La tira chiunque e può beccare chiunque.

IL PRIGIONIERO DELL’INTERNO 7

di Marco Presta, Einaudi, p. 177, Edizione 2022, Euro 16,00

Il prigioniero dell’interno 7

A distanza di 2 anni e qualche mese da quando il mondo ha scoperto il Coronavirus o Covid-19, mi viene regalato questo romanzo, che – come si suol dire – “si lascia leggere”, grazie soprattutto all’ironia (a volte un po’ amara) che impegna ogni sua singola pagina. Lo scrittore è noto per essere uno dei conduttori della trasmissione radiofonica “Il ruggito del coniglio” e in questo romanzo racconta le giornate di lockdown, quello “severo”, che è stato disposto all’inizio della pandemia perché ancora non si aveva alcuna risorsa per fronteggiarla, del giornalista Vittorio, abitante dell’interno 7 di un condominio come tanti nella città di Roma.

Orbitano intorno alla sua vita di “sfigato di successo” (come lo ha definito la sua non-fidanzata Floriana) quelle degli altri condomini: Gloria, la veterinaria sempre pronta ad aiutare chiunque incontri (animale o umano, per lei non c’è alcuna differenza) e che coinvolge il ritroso Vittorio a fare lo stesso; Amedeo, l’anziano architetto che vive della sua memoria storica, capace di realizzare ancora un progetto di ristrutturazione, ma che non ricorda nemmeno cosa ha mangiato un’ora prima; la signora Cantarutti, che non crede nella pandemia, non intende sanificare le zone comuni del palazzo né utilizzare la mascherina; il signor Bruzzoni, ricoverato d’urgenza in ospedale perché positivo al Covid e che deve lasciare sola sua moglie; il barista Bruno, con a carico moglie e figlia, che rischia di mettersi seriamente nei guai per far fronte alla chiusura dell’attività; Floriana, la tempesta che stravolge ogni secondo dell’esistenza del protagonista, anche solo con un battito di ciglia; Jack, il cane a noleggio; Umberto, uno scrittore di successo con cui Vittorio ha un rapporto di amore e odio; la mamma, che vive in provincia di Perugia con la sua badante amorevole, ma che non è il figlio che lei vorrebbe vicino a sé.

Chissà quanti di noi si sono trovati a vivere situazioni identiche o quantomeno simili a quelle qui descritte, senza mai cadere nel sentimentalismo che fa stringere i cuori e lacrimare gli occhi, chissà quanti di noi hanno avuto serie difficoltà a riprendere a vivere normalmente il quotidiano, forse perché il virus gli ha portato via persone amate, il lavoro, l’interazione con altri esseri umani.

Vedrai, Vittorio… piano piano le cose torneranno come prima… e ci sembrerà impossibile aver vissuto tutto quello che abbiamo vissuto in questi mesi…”: un incoraggiamento della mamma al suo bambino adulto, per infondergli la necessaria fiducia in futuro più sereno, eppure – personalmente – vorrei che le cose non tornassero esattamente come “prima”, ovviamente non in termini di libertà di movimento e contatto sociale, ma di consapevolezza del modo in cui viviamo, di rispetto per la vita e il prossimo, di solidarietà.

Il mondo nuovo (1932) – Ritorno al mondo nuovo (1958)

di Aldous Huxley, Oscar Moderni, Anno 2017- Ristampa, p. 344, Euro 14,00

Il mondo nuovo – Ritorno al mondo nuovo

Questo piccolo tomo raccoglie due opere dell’eclettico Aldous Huxley: la prima è un romanzo distopico, la seconda è l’insieme delle riflessioni che lo scrittore ha formulato analizzando il suo romanzo alla luce della realtà in cui viveva (1958) con particolare riguardo alla trasformazione della società moderna, soprattutto a seguito degli eventi nefasti della Seconda Guerra Mondiale.

Il romanzo è ambientato in un futuro altamente tecnologico (rectius, in cui la tecnica è applicata all’uomo) in cui tutta la popolazione, il cui numero viene accuratamente tenuto sotto controllo attraverso delle nascite in vitro (usare i termini “madre” e “padre” equivale a pronunciare una bestemmia), è finalmente felice, perché ciascuno trova pieno appagamento in ciò che fa, perché per tale attività è stato programmato prima geneticamente e poi attraverso l’ipnopedia. E per acquietare gli istinti insiti nella natura umana non c’è niente di meglio che la somministrazione costante e gratuita del soma, una droga senza effetti collaterali che fa vivere con leggerezza il tempo libero, reso ancor più piacevole da libera attività sessuale. Sono stati soggetti a tale programmazione anche Bernard e Linda, ma mentre il primo viene considerato uno “strano” perché sembra avere idee sovversive rispetto all’organizzazione standardizzata e predeterminata della società, la seconda è una meravigliosa donna “pneumatica” la cui curiosità la spinge ad avvicinarsi a Bernard.

Insieme intraprendono un viaggio nell’unico luogo “selvaggio” presente sulla Terra: una riserva dove i figli sono ancora concepiti e messi al mondo dopo 9 mesi di gestazione, si ama liberamente, ma solo una persona, si crede agli dei a cui rivolgere le proprie preghiere, non vigono rigide regole igieniche, si usano solo droghe naturali e solo se lo si vuole. Quale dei due sia il vero paradiso è una domanda che si fissa come un tarlo nella mente del selvaggio John, che seguirà i due (spinto anche da un’autentica passione per Linda) insieme a sua madre, ex residente del mondo civilizzato, il Mondo Nuovo a cui aveva dato inizio Ford, ormai considerato l’unico essere degno di fede e adorazione.

A conclusione del romanzo, la prefazione dello stesso Huxley alla pubblicazione del 1946, che muove delle critiche al suo stesso libro, ma di cui non cambierebbe nulla, perché nel tentativo di eliminare alcuni difetti, rischierebbe di danneggiare anche i punti forti della narrazione.

Il secondo lavoro, invece, è un saggio che tutti gli storici e politici di ogni parte del mondo dovrebbero prendere in considerazione per fronteggiare la disastrosa situazione mondiale in cui ci troviamo oggi. Dopo una analisi parallela del suo romanzo con il (quasi) contemporaneo 1984 di George Orwell, sono evidenziati con perizia scientifica gli elementi potenzialmente pericolosi per il benessere dell’umanità se non gestiti secondo criteri di democrazia e libertà. Huxley denuncia, in effetti, che anche laddove la democrazia è considerata uno dei valori fondamentali di una società, chi detiene il potere può essere portato a manipolare la popolazione mediante l’uso di una subdola (o subliminale) propaganda, un lavaggio del cervello e la “persuasione chimica”: il suo romanzo distopico, quindi, appare quale profezia di sventure per il genere umano, dominata da una dittatura scientifica sotto le sembianze di un potere legittimo e illuminato.

Per adesso qualche libertà resta ancora nel mondo. Molti giovani, è vero, sembrano non darle valore. Ma alcuni di noi credono che senza libertà le creature umane non saranno mai pienamente umane e che pertanto la libertà è un valore supremo. Può darsi che le forze opposte alla libertà siano troppo possenti e che non si potrà resistere a lungo. Ma è pur sempre nostro dovere fare il possibile per resistere”.

MORGANA – L’uomo ricco sono io

Michela Murgia e Chiara Tagliaferri – Mondadori – p. 245 – Euro 19,00

Il secondo ciclo di storie al femminile curato da Murgia e Tagliaferri s’incastra perfettamente con una lettura di poco precedente: “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf. Con mia sorpresa, nella prefazione si fa riferimento proprio a questo testo: “Una ragazza dovrebbe avere una stanza tutta per sé e una rendita di 500 sterline l’anno” (pag. 9). Si possono avere talenti, capacità e progetti, ma senza l’indipendenza economica si hanno spesso (sempre?) le ali tarpate, salvo avere alle proprie spalle un mecenate (ne esistono ancora?) cui rimanere per sempre grati e in qualche misura vincolati.

Dieci donne, dieci storie di riscatto, rivalsa, audacia, intelligenza: “In ciascuna delle loro vite [..] risuona forte la frase fulminante e sovversiva di Cher, che quando sua madre le consigliava di smettere di cantare e trovarsi un uomo ricco ebbe l’ironia di rispondere senza esitare: “Mamma, l’uomo ricco sono io” (pag. 11).

Si inizia con una donna afroamericana nata nel 1954 nel Mississipi segregazionista, lasciata dalla madre a vivere con i nonni in una fattoria, vestita con sacchi di patate e frustata regolarmente: Orpah Lee, oggi conosciuta in tutto il mondo con il nome di Ophra Winfrey. “I libri sono stati il mio lasciapassare per la libertà personale“: partendo dal gioco di intervistare la sua bambola, è giunta con le sue sole forze a porre domande spesso spinose e personali a star di calibro internazionale. Il segreto del suo successo pare essere l’empatia, considerata una soft skill, tipicamente femminile e non adatta a un leader. Oprha, invece, ha dimostrato come questa qualità possa non solo essere adatta a una leadership, ma anche fonte di ricchezza economica.

Accanto ai nomi delle forse più note J.K. Rowling, Angela Merkel, Beyoncé e Asia Argento, nomi che hanno fatto storia, pur essendo dimenticate da chi gode dei frutti del lavoro: c’è chi ha saputo arrivare sulle tavole di tutto il mondo con un pregiato champagne come Madame Barbe-Nicole Ponsardin sposata Clicquot; chi ha eseguito alla perfezione, come mai nessuno prima (tanto da far impazzire il tabellone del punteggio), come Nadia Comaneci, sebbene a costo di privazioni e sacrificio (“Nella vita è un continuo imparare, anche dalle situazioni e dalle decisioni sbagliate. Ma senza sacrificio non arriva nulla. Né la gloria né la libertà. Piangere non serve, serve non mollare la presa”, pag. 57); c’è Francesca Sanna Sulis, che ha usato la propria “dote” per creare intorno al 1735 una casa d’alta moda (tanto da vestire Caterina di Russia) e che, partendo “dalla periferia di una colonia monarchica fu capace di liberare sé stessa dal ruolo imposto, di dare libertà alle persone a cui aveva insegnato un mestiere e fornito istruzione e persino di contribuire a dare un pezzo di libertà in più alla sua terra. Della sua eredità non resta quasi nulla, perché quello che una donna aveva fatto da sola in quasi un secolo agli uomini bastarono pochi anni per disperderlo. Rimane di lei un racconto esile come un filo sottile e nascosto, ma a una brava tessitrice non serve altro” (pag. 79).

Per quanto le cose siano cambiate nel tempo, essere una donna economicamente indipendente non è tra gli obiettivi principali che i genitori, la scuola, la società pongono davanti alle bambine dei nostri tempi: devi essere bella, vestirti e truccarti alla moda, essere simpatica, in alcuni casi saper cucinare e pulire una casa… tutto questo ti servirà a trovare un “buon partito” che possa con il proprio denaro provvedere alla tue necessità. Queste storie sono un NO a tali subdoli insegnamenti e sono un pungolo per chi crede che ciascun individuo debba provare la soddisfazione di essere padrone di sé e non lo si può essere veramente fino a quando per vivere hai bisogno che qualcun altro stacchi un assegno o estragga la carta di credito dal proprio portafoglio per far fronte alle tue necessità o desideri.